È difficile eliminare il virus del clericalismo dalla Chiesa (fratello Emili Turú Rofes)

Emili Turú Rofes

Emili Turú Rofes

La Costa Dorada che si estende da Cunit ad Alcanar è uno dei luoghi più belli della Catalogna. Mare di cristallo, distese di sabbia bianca. E una città posta alla sommità di un’altura rocciosa che affaccia sul mare, le cui origini risalgono agli Scipioni che qui giunsero ai tempi della Seconda guerra punica: Tarragona. In un piccolo paese dell’entroterra che dista una manciata di chilometri dall’anfiteatro romano e dalla cattedrale è cresciuto Emili Turú Rofes, superiore generale dei Fratelli Maristi. Ultimo di cinque figli, «dicono che il più piccolo sia il più monello», fratello Turú è nato a Barcellona ma ha trascorso l’infanzia a Marçà. Della Ciudad Condal conserva però il tifo calcistico, benché non frequenti gli stadi: «Ma quando posso, mi piace guardare le partite in televisione».

Se non avesse scelto di consacrare la vita a Cristo, fratello Turú avrebbe potuto lavorare in radio. Ha una voce profonda e avvolgente, con una cadenza ritmata nel modulare le frasi. Della sua famiglia ricorda la semplicità e la fede in Dio: «Non avevano una predilezione per i santi, però partecipavano regolarmente all’Eucaristia». Siamo nella Spagna degli anni Sessanta del Novecento e tra le Congregazioni era prassi inviare dei “motori vocazionali” nei villaggi.

Per leggere l’intervista con fratello Emili Turú Rofes, acquista il libro.

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